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27/05/2016 ANALISI QUANTITATIVA & DINTORNI

Test di adeguatezza: cosa pensiamo di essere e cosa siamo realmente

Chi ci da consigli sui nostri risparmi deve andare oltre le competenze professionali richieste: per conquistare la nostra fiducia deve anche imparare a leggerci dentro.... LEGGI

07/05/2016 ANALISI QUANTITATIVA & DINTORNI

Decidere cosa, decidere quanto, decidere come

L’attività di investimento, sia essa professionale che privata, comporta l’elaborazione continua di decisioni: molto spesso però si risponde solo ad alcune domande e se ne trascurano altre. Di seguito alcuni esempi che possono aiutare a completare il quadro... LEGGI

15/04/2016 ANALISI QUANTITATIVA & DINTORNI

“Helicopter Money” ovvero i soldi nei conti dei cittadini

I prezzi non crescono perchè non compriamo: e se la BCE regalasse i soldi direttamente a noi consumatori invece che alle banche?... LEGGI

05/03/2016 ANALISI QUANTITATIVA & DINTORNI

Per chi suona la campana della DEFLAZIONE

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SPREAD TRADING: differenziare il rischio di investimento

Tutti conosciamo lo spread inteso come indicatore del rischio paese, meno noto è lo SPREAD TRADING, una tipologia di investimento a strategia neutrale che investe sul differenziale di rendimento tra due oggetti finanziari...LEGGI

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Conoscere...ma anche conoscersi per investire

"CONOSCERE PER INVESTIRE" è uno  slogan tra i più apprezzati dai consulenti finanziari. Spesso, tuttavia, chi opera in borsa fa coincidere il termine CONOSCERE soltanto con l’essere informati sui mercati finanziari, quasi mai fa rientrare in tale termine il concetto di CONOSCERE SE STESSI come investitori...LEGGI

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Investimenti alternativi: per tenere allenato il pensiero divergente

Una volta noti come hedge fund, i cosiddetti investimenti alternativi, o prodotti UCITS III, oggi  sono oggetto di  crescente attenzione tra gli investitori, istituzionali e non, alla ricerca spasmodica di nuovi approcci e soluzioni ai fini di una più tranquilla remunerazione del capitale...LEGGI

 

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27/05/2016

Test di adeguatezza: cosa pensiamo di essere e cosa siamo realmente

Chi ci da consigli sui nostri risparmi deve andare oltre le competenze professionali richieste: per conquistare la nostra fiducia deve anche imparare a leggerci dentro.


La MIFID, direttiva europea  sui servizi finanziari attiva dal 2007 ed ora in fase di riaggiornamento, impone a chi fa consulenza  finanziaria  di operare una classificazione della propria clientela ai fini di modulare gli obblighi informativi da assolvere e le tutele da garantire.

Oltre gli obblighi informativi, la MIFID stabilisce che, nel caso di prestazione del servizio di consulenza finanziaria (e di gestione del portafoglio), vengano svolti test di adeguatezza in modo tale che la consulenza fornita corrisponda agli obiettivi di investimento del cliente al quale è rivolta e che sia adeguata alle sue risorse patrimoniali.

Spetta al consulente raccogliere tutte le informazioni necessarie per comprendere se le conoscenze e le esperienze del cliente sono sufficienti per una corretta valutazione della consulenza fornita.

Le informazioni richieste sono di tre tipi:

- obiettivi di investimento: periodo temporale, propensione al rischio;

- situazione finanziaria: fonte e consistenza reddituale, patrimonio, proprietà immobiliari ecc.;

- conoscenza ed esperienza finanziaria: prodotti con cui si ha dimestichezza, frequenza e volume delle operazioni effettuate, livello di istruzione ecc..


Valutare in termini rigorosamente oggettivi l’insieme di queste informazioni è possibile laddove non entri in gioco la nostra componente soggettiva e, sotto questo profilo, sono due i punti delicati: la conoscenza degli strumenti e, soprattutto, la propensione al rischio.

Nel primo caso, si tende a cadere nell’ "overconfidence", ovvero nel credere di sapere di più di ciò che si sa realmente: è uno dei limiti della nostra mente umana, uno dei tanti meccanismi inconsapevoli che gli esperti chiamano "bias" o trappole mentali.

Ma ancora più fuorviante è la percezione che si ha di se stessi relativamente alla capacità di sostenere il rischio, inteso come il lato oscuro, la parte meno piacevole di un investimento, quando le cose non vanno nella giusta direzione ed occorre molta lucidità nel prendere decisioni (o nel non prenderle, che sempre di decisione si tratta).

Anche qui attiviamo inevitabilmente i nostri bias, come la propensione a ricordare meglio  eventi positivi, a minimizzare esperienze negative: il risultato è che ritorniamo un’immagine del nostro profilo di rischio “corrotta”,  poco aderente alla verità,  dove prevale ciò che vorremmo essere e non ciò che siamo realmente.

Ovviamente non si può chiedere al consulente di decodificare la risposta del suo cliente: la MIFID non richiede competenze “psicologiche” al consulente finanziario.
Ma sarebbero utili!   In America qualcuno sottopone al cliente test psico-attitudinali, un modo per provare a penetrare quell' "io" nascosto.

Certamente, al di là dei doveri che discendono da una normativa comunque necessaria, perché volta a tutelare il risparmiatore dalle asimmetrie informative di cui è vittima inconsapevole, chi fa consulenza deve avere ben chiaro il livello di rischio sopportabile dal fruitore dei suoi consigli.

Chi fa consulenza deve dimostrare professionalità, serietà ma anche una capacità di ascolto “alternativa”, più sottile.

Un consulente finanziario un po' psicologo ? Forse.

 

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07/05/2016

Decidere cosa, decidere quanto, decidere come

L’attività di investimento, sia essa professionale che privata, comporta l’elaborazione continua di decisioni: molto spesso però si risponde solo ad alcune domande e se ne trascurano altre. Di seguito alcuni esempi che possono aiutare a completare il quadro.


Che profilo di rischio adottiamo ?

La diretta correlazione tra rendimenti attesi e rischi assunti è un dogma. Non si può aspirare a rendimenti elevati se non si rischia in proporzione. Sebbene l’investimento “risk free” sia oggi difficile da definire, è pur vero che tra un’azione ed una obbligazione esiste ancora una significativa differenza.

Ma allora quale percentuale investiamo in capitale di rischio, quanto in capitale cosiddetto “sicuro” ? Quanto (e per quanto tempo) vogliamo esporci sul mercato azionario, delle commodity e quanto invece sull'obbligazionario ?

Rispondere a questa domanda significa fare “Asset Allocation”. E' la decisione “madre” che sta a monte di tutte le altre e dipende da molti fattori: età, propensione al rischio, identificazione dei fabbisogni. Prima di muoversi bisogna risolvere questo quesito. 

Cosa compriamo ?

I tecnici la chiamano "stock-picking" o meglio "cherry-picking" (raccogliere la ciliegina): è la domanda classica, corretta, che tutti ci facciamo prima di muoverci, ma a cui forse diamo un'enfasi esagerata.

E' importante operare una profittevole selezione dei migliori titoli, ma spesso la differenza dei singoli risultati dello stesso indice non è poi così rilevante: si dice che sono correlati, che il risultato complessivo è molto simile.

Studi approfonditi sostengono che la performance di un portafoglio è decisamente condizionata dal primo punto di cui sopra, una corretta allocazione delle classi di investimento. "Quando" (market timing) e "cosa" (stock picking) sono meno importanti.

Come stiamo andando ? Guadagnamo o perdiamo ?

Gli addetti ai lavori la chiamano “equity line”, è la curva dei miei guadagni complessivi:  sarebbe utile averla sempre stampata in  fronte. Indispensabile per contenere  momenti di entusiasmo, dove ci muoviamo come tanti  Warren Buffett,  e profondi periodi depressivi (più frequenti per la legge di Murphy) dove ci si sente dei Re Mida al contrario.

L'errore tipico di molti, soprattutto quando si è in situazione di sofferenza, è quello di dimenticarsi delle proprie scelte, nella vana speranza che il mercato recuperi...

Ma devo andare sempre al massimo ?

No, a volte basta adottare semplici regole di “money management” per evitare disastri: per esempio, se perdiamo oltre una certa cifra nel trimestre riduciamo dell’X per cento il capitale di rischio fino all'inizio del nuovo trimestre. Se andiamo sotto del 20% rispetto al massimo storico mai raggiunto, sospendiamo l'operatività per 20 giorni ... regole semplici, difficile semmai è avere la determinazione necessaria per applicarle.

Che strategia adottiamo ?

Seguo l'Analisi Fondamentale o quella Tecnica ? Opero con strategie intraday o mi muovo con operazioni di posizione ? Uso indici, titoli, ETF ?

Non occorre essere un professionista per muoversi sui mercati anche con strumenti complessi, ma un minimo dobbiamo saperne perché ogni approccio ha precise peculiarità e magari, alcune di esse sono più affini al nostro profilo.

Stiamo realmente diversificando ?

Si tende spesso a trascurare questo aspetto, soprattutto quando arriviamo da un mercato "toro" che ci rende euforici, ma è bene fare un'analisi periodica del portafoglio per verificare che sia ben diversificato perchè ciò aiuta ad essere più sereni quando cambia il vento ... e avviene sempre senza preavviso.

Quando usciamo dalla singola posizione ?

L’errore tipico è quello di non pianificare in anticipo l’uscita nei due ipotetici scenari: quello vincente e quello perdente. Se stiamo guadagnando, quando chiudere (target price) ? Ma, soprattutto, se perdiamo, quando stoppare le posizioni (stop loss) ?
Il meccanismo perverso è sempre lo stesso: si comincia con perdite contenute (“ma poi tanto recupero”), che peggiorano (“è scesa troppo, non può andare più in basso di così”), fino a partorire idee brillanti (“compro ancora così medio oppure chiudo perchè non ce la faccio più”).
Poi diventa difficile recuperare: meglio sarebbe tagliare le perdite ben prima: dobbiamo sforzarci di farlo anche perchè non se ne esce mai decidendo di dimenticarsi della posizione (“così non capitalizzo le perdite”).


Investire non è facile per nessuno ma non c’e’ nulla di nuovo: la storia si ripete ed ognuno di noi ha il dovere di trasformare potenziali minacce in opportunità.

Per questo un atteggiamento più attento e cosciente, quello che si usa dire un investimento consapevole, può evitare molte notti insonni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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15/04/2016

“Helicopter Money” ovvero i soldi nei conti dei cittadini


La deflazione è il nostro problema: i prezzi non crescono, anzi diminuiscono, perché non compriamo. Quella maledetta legge della domanda e dell’offerta, unico arbitro designato a definire il prezzo  (il valore) di qualsiasi prodotto.

Le stiamo provando tutte ma non ne veniamo a capo, la Banca Centrale (Super Draghi) le sta provando tutte.

Il QE ormai sappiamo tutti cos’è: il tentativo di facilitare la circolazione di denaro abbassandone il costo, a tal punto che, per la prima volta, siamo entrati nell’area dei tassi negativi.

Come riporta il SOLE 24 ORE di oggi, un risultato che non fa  contenti i risparmiatori (con minori remunerazioni, altro che BOT-people), non fa felici i debitori (che con un po’ di inflazione pagherebbero meno in termini reali), non entusiasma l’industria finanziaria sempre più in difficoltà nel proporre prodotti a “capitale garantito”.

Soprattutto, la domanda non riparte: l’inflazione, a marzo, registra uno zero tondo, con prospettive, da qui a 5 anni, di un misero +1,4%.

Ma se la cinghia di trasmissione “Bce-banche-famiglie/imprese” non funziona, per far arrivare i soldi a famiglie e imprese non resterebbe che un’ultima carta – scrive il Sole - : quella di bypassare l’intermediazione bancaria e far sì che la Bce versi direttamente i soldi nei conti correnti dei  cittadini.

Io credo sentiremo parlare sempre di più di “helicopter money” (i soldi dall’elicottero): alcuni membri  dell’Eurotower (la Bce) non lo escludono a priori, proprio in questi giorni è stata presentata una proposta di attuazione al Fondo Monetario Internazionale.

L’idea è di per sé banale: aumentare il potere d’acquisto del  consumatore finale per stimolare la domanda.
Per esempio tagliando le tasse, oppure regalando denaro alle fasce meno abbienti, con ciò riducendo il gap tra ricchi e poveri.

Perché no? Sarebbe già questo un risultato auspicabile.

Sentiremo parlare sempre più spesso di helicopter money: il consiglio è quello di alzare la testa più spesso.

E' proprio il caso di dirlo: che il cielo ci aiuti!

Che il cielo ci aiuti

 

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05/03/2016

Per chi suona la campana della DEFLAZIONE


C’era una volta il secolo scorso, c’era una volta l’inflazione, ed era un problema.

Molti di noi, chi ha una certa età, siamo cresciuti con l’inflazione, una brutta parola che veniva correlata all’aumento dei prezzi, quindi a qualcosa di non positivo: fare la spesa costava sempre di più e ci si lamentava, giustamente.

A due cifre negli anni settanta (raggiunse il 25% nel 1974), viaggiava ancora sopra il 5% nei primi anni ’90: ogni anno il carrello della spesa da 100 lire ci costava 5 lire in più. E non ci piaceva.

Perdevamo potere d’acquisto, si diceva, anche se, sull’altro piatto della bilancia, chi aveva risparmi poteva contare su facili guadagni finanziari (l’epoca dei BOT people). C’era la scala mobile, si parlava di automatismi salariali.

Sembra preistoria: vent’anni dopo, oggi, siamo ormai familiari con il termine opposto: la deflazione.

Che inzialment ci piaceva: i prezzi non aumentavano più, anzi diminuivano, ci sembrava una pacchia!
Poi è arrivato per primo il Giappone, una case history da studenti di economia: infine, piano piano, abbiamo capito.

 

 

 

Ci siamo resi conto che, se i prezzi non crescono, è perché noi non compriamo, non consumiamo; e quindi si produce di meno, e quindi gli stipendi non crescono, e quindi aumenta il rischio della disoccupazione.

Domanda e OffertaQuella maledetta legge della domanda e dell’offerta.

C’era un interessante articolo sul SOLE 24 ORE di qualche giorno fa, dal titolo vagamente hemingwayano:  “Per chi suona la campana della deflazione”.

Non è tutta colpa del petrolio, purtroppo: la “guerra al ribasso” del prezzo del greggio pesa, ma sarebbe sbagliato attribuire solo al deprezzamento del petrolio il brutto dato che riporta l’Italia in deflazione dopo nove mesi.
I cali di prezzo – ci avverte l’ISTAT – interessano tutte le tipologie di prodotto, calano i prezzi del cosiddetto carrello della spesa (-0,8% su base annua), con problemi enormi per l’agricoltura.
La deflazione, prosegue l’articolo, significa aspettarsi un futuro peggiore del presente, che induce un comportamento collettivo di sfiducia, di depressione.

Soluzioni a questo desolante scenario? Investimenti ed Europa unita sono due possibili parole chiave per venirne fuori. Questa almeno, è una ipotesi di traccia delineata nell’articolo alla quale anche il sottoscritto ritiene di dare credito.Europa-unita

La risposta non può che essere europea. E forte. Mettendo in campo un piano di investimenti degno di questo nome – scrive l’articolista – assai più di quanto non sia stato fatto finora”.

Una risposta di un’Europa “in grado di recuperare testa e cuore per azzerare le spinte centrifughe degli ombelichi nazionalisti.
Non sarà facile, ma ci dobbiamo lavorare tutti, per noi stessi e per chi verrà dopo di noi.

 

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SPREAD TRADING: differenziare il rischio di investimento

Tutti conosciamo lo spread inteso come indicatore del rischio paese, meno noto è lo SPREAD TRADING, una tipologia di investimento a strategia neutrale che investe sul differenziale di rendimento tra due oggetti finanziari.


La parola spread, oggi nota anche a mia zia settantenne, è quel numero a tre cifre che campeggia su tutti i mass-media, o che leggiamo sui principali siti di informazione finanziaria.
Spread, in inglese, sta per oscillazione, scarto, differenza: nella sua accezione più famosa misura la differenza tra i nostri Btp e gli analoghi tedeschi Bund ma chi si occupa di trading sa che con SPREAD TRADING si intende una tecnica di acquisto e vendita di titoli, con la quale si costruisce un'esposizione neutrale rispetto all'andamento del mercato.

Neutrale nel senso che si acquista contestualmente una posizione al rialzo ed una, di pari valore, al ribasso; neutrale ma non nulla, nel qual caso ci sarebbe certezza sia di rischio, nullo, ma anche di rendimento, altrettanto inesistente.
L’obiettivo è quello di guadagnare dalla differenza (spread) dei due investimenti: per questo devo essere capace di comprare il più forte (quello che fa meglio degli altri o sovraperforma, come si dice in gergo) e vendere contemporaneamente il più debole (quello che sottoperforma).

Possono essere due titoli azionari, meglio se appartenenti allo stesso settore, o anche due indici di borsa, geografici o settoriali, si può operare con cross valutari e, sempre di più, con materie prime: è una tecnica nata nel mondo degli hedge fund, oggi più noti come investimenti alternativi, introdotta nel dopoguerra dal giornalista americano A.W. Jones.
Come ogni investimento, anche lo SPREAD TRADING, tuttavia, non è esente da pericoli: il rischio di mercato, infatti, si trasferisce sul differenziale di rendimento: se seleziono male la coppia di titoli, la perdita è assicurata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un esempio vincente di questi ultimi anni è lo spread tra la borsa tedesca e quella italiana: se tra due indici così simili, perché legati allo stesso ambito geografico, non può non esserci correlazione, è altresì vero che le economie vivono una situazione diversa, purtroppo a nostro svantaggio nel confronto. Tutto questo si traduce in una reazione di mercato in cui, nei momenti di borsa crescente, il Dax è cresciuto di più del FTSEMib e, contemporaneamente, nei periodi di ritracciamento, pur essendo entrambi negativi, il nostro indice ha fatto segnare performance peggiori della borsa di Francoforte.
Il risultato di uno SPREAD TRADING può essere costruito e quindi visualizzato, graficamente, come se fosse un titolo a tutti gli effetti: basta costruirne il rapporto, ovvero mettere a numeratore il risultato del titolo long (il Dax, quello più forte) e a denominatore quello short (il FtseMib, il più debole).

In figura si può vedere il grafico del rapporto Dax/FTSEMib (la linea blu); presi singolarmente, il Dax in otto anni ha quasi raddoppiato il proprio valore mentre il FTSEMib vale la metà. Ma è anche vero che oggi il Dax quota come cinque anni fa, l’indice di PiazzAffari ha gli stessi valori di quattro anni fa.
Viceversa, il loro rapporto, lo spread,  è sempre cresciuto ed  oggi è più che triplicato.
Sarà ancora così? Nessuno lo può dire (non esiste investimento con certezza di risultato) ma questo grafico può essere studiato dall’analista tecnico o sottoposto alle più bizzarre regole algoritmiche per individuare un buon trading system.

Sicuramente, la caratteristica neutrale dello SPREAD TRADING attenua molto il profilo di rischio, portando a performance meno volatili e più al riparo da eventuali effetti rovina che nessuno vorrebbe mai vivere ma che restano comunque, sempre, uno scenario possibile.
Soprattutto, per  il fatto di produrre risultati del tutto diversi, decorrelati, dall’andamento reale dei mercati azionari sottostanti, questa tecnica può convivere con profitto insieme agli approcci classici long-only per differenziare, e quindi diminuire, il rischio complessivo di portafoglio.
Insomma: SPREAD TRADING, un trading differenziale di nome e di fatto.

 

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Conoscere...ma anche conoscersi per investire

"CONOSCERE PER INVESTIRE" è  uno  slogan tra i più apprezzati dai consulenti finanziari.
Spesso, tuttavia, chi opera in borsa fa coincidere il termine CONOSCERE soltanto con l’essere informati sui mercati finanziari, quasi mai fa rientrare in tale termine il concetto di CONOSCERE SE STESSI come investitori.


Eppure,  da tempo si parla di finanza comportamentale ovvero di quanto sia determinante la componente psicologica nell’azione quotidiana degli investitori, i quali prima di agire dovrebbero essere in grado di dominare al meglio le emozioni: la paura che ci assale quando perdiamo e l’entusiasmo che ci pervade quando guadagniamo.

Ne deriva quindi che non è sufficiente conoscere i mercati finanziari per operare bene ma che occorre conoscere anche i propri limiti per scegliere il corretto profilo di rischio che consente di dormire tranquilli la notte. 

In Italia, da recenti ricerche, si indica un mondo di oltre 6 milioni di conti  abilitati ad effettuare trading via internet e di fatto il mercato retail copre oggi circa un terzo degli scambi totali.
Ma quanti di questi 6 milioni di utenti abilitati possono affermare di essere attrezzati per muoversi sui mercati finanziari? Quanti di loro sanno evitare le cosiddette mind trap, le trappole mentali sempre in agguato e quanti sanno prendere decisioni lucide in qualsiasi scenario?

Gli esperti li chiamano bias: sono i nostri pregiudizi, le scorciatoie mentali che inconsciamente imbocchiamo, fanno parte del nostro DNA. Sono tanti i bias catalogati, molti più di quanto si possa pensare … per esempio, è  frequente la patologia dell’overconfidence: cioè l’idea che il proprio giudizio sia migliore rispetto a quello che é in realtà.

Un mix da cui consegue un’altra finta convinzione: il riuscire a controllare maggiormente la situazione. Potendo immettere l’ordine nel book, e vedendo la sua operatività, ci si sente dominus della situazione. Aumenta la gratificazione e sovrastimiamo  le nostre capacità. Con il che, la strategia di investimento subisce dei contraccolpi. In particolare si cade nell’overshooting, cioè l’eccessiva turnazione dei portafogli. E questo è un secondo frequente errore del trader.

Altro meccanismo tipico è  l’avversione a realizzare le  perdite: è un atteggiamento poco razionale, insito nel nostro spirito di sopravvivenza: si vuole allontanare  il “dolore” che, nel mondo della finanza, è la minusvalenza. Il risultato? A fronte di un titolo in perdita, la tendenza è quella di tenere troppo a lungo il titolo, con il risultato di incrementare la minusvalenza e peggiorare la situazione di stress.

Al contrario, se l’azione sale, siamo portati ad anticipare il piacere del guadagno e spesso usciamo troppo presto dalla posizione.

Insomma, vita dura per l'investitore.


Ma come arginare questi meccanismi che ci dominano nostro malgrado? Per esempio, contabilizzando, in un foglio Excel i costi, compresa la tassazione e definire così la propria performance netta.

In questo modo si evita un altro errore, quella della cosiddetta visione in retrospezione: quando commettiamo uno sbaglio tendiamo a dimenticarlo. Ci comportiamo come gli struzzi che infilano la testa sotto la sabbia per non vedere.

L’Analisi Quantitativa, attraverso l’utilizzo di trading system, ovvero di processi decisionali progettati ex-ante (prima) è una buona strategia di risposta ma richiede freddezza e disciplina: non è facile mettere da parte quel nostro “io passionale” (irrinunciabile in altri contesti della nostra vita) per lasciar posto all’"io razionale", più lucido e meno vulnerabile alle emozioni foriere di errori.

Insomma: non basta CONOSCERE i mercati, forse prima è meglio CONOSCERSI PER INVESTIRE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Investimenti alternativi: per tenere allenato il pensiero divergente


Una volta noti come hedge fund, i cosiddetti investimenti alternativi, o prodotti UCITS III, oggi  sono oggetto di  crescente attenzione tra gli investitori, istituzionali e non, alla ricerca spasmodica di nuovi approcci e soluzioni ai fini di una più tranquilla remunerazione del capitale.

I nomi delle strategie più utilizzate incorporano volta per volta la filosofia che sta alla base delle scelte e gli strumenti usati: Long/Short Equity,  Equity  Market  Neutral, Macro, Event Driven, Volatility Trading, Alternative Beta, Managed Futures.
La visione tradizionale e più conosciuta è definita “Long only” e corrisponde a quella classica dove si compra un’azione o un asset finanziario per puntare a venderlo in utile, d ove se hai 100 di disponibilità investi al massimo per 100 e non per 1.000; dove la scelta dell’azione o dell’asset si basa sui suoi valori fondamentali.

Esiste poi un approccio  “alternativo”,  dove si può vendere anche quello che non si ha per puntare a ricomperarlo a prezzi più bassi (short); dove se hai solo 100 di disponibilità puoi vendere anche per 1.000 perchè qualcuno ti presta i soldi; dove la competenza non è più solo  economico-finanziaria ma anche matematico-statistica, dove è importante seguire un trend o una media mobile; dove infine anche l’aspetto psicologico può aiutare perché l’essere umano si ripete.

Si parla in generale di “portafogli a ritorno assoluto”: ciò significa che il gestore si pone a priori l’obiettivo ambizioso di performare sempre positivamente a prescindere dall’andamento delle Borse, delle commodity, dei bond.

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Gira su YouTube l’interessante video di un certo Ken Robinson che parla del pensiero divergente, inteso come l’abilità di vedere molteplici risposte ad una medesima domanda: sembra che questa capacità diminuisca invecchiando.

Se la domanda di ciascuno di noi è  “Come investo oggi” e  se l’obiettivo del nostro lavoro quotidiano è aiutare a trovare buone soluzioni, ben vengano anche gli investimenti alternativi: se sono tali,  quantomeno possono aiutarci a mantenere allenato il pensiero divergente.

Quindi a non invecchiare.

 

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